Dicembre 2004
Messina Martedì, 7 Dicembre, 2004
Vendetta, tremenda vendetta
La notizia arriva con una sincronia mediatica da far invidia a qualunque scoop-man: il presidente della A.S. Roma Franco Sensi e l’ex “patron” della S.S. Lazio Sergio Cragnotti, sono entrambi iscritti nel registro degli indagati per il fenomeno cosiddeto delle plusvalenze di mercato, che gli organi di informazione più agilmente indicano come “doping amministrativo”, forse per meglio distrarre l’opinione pubblica da forme di doping di ben più disumana gravità (vedi aprileonline.info n.153). I fatti.
Ieri i maggiori quotidiani sportivi riportavano tutti in prima pagina le dichiarazioni di Antonio Giraudo, il dirigente della Juventus appena assolto nel processo che ha visto in primo grado condannare il medico sociale della squadra bianconera a 22 mesi di reclusione.
Nell’intervista, preceduta da una settimana di silenzio se si eccettua la soddisfazione espressa a caldo per la sua assoluzione subito dopo la sentenza, Giraudo afferma che il pm Guariniello è l’artefice della “gogna mediatica” cui la Juventus è stata sottoposta in questi giorni, e si dice assolutamente convinto dell’assoluzione del dott. Agricola in appello, come tra l’altro già annunciato con sfacciata sicurezza e consueta arroganza dal compare Luciano Moggi venerdì scorso.
Non si fa in tempo a finire di sfogliare i quotidiani che intorno alle 12,30 le agenzie cominciano a battere la notizia dell’indagine nei confronti di Sensi e Cragnotti, in maniera tale da consentire a tutti i telegiornali, e in particolare al solerte Tg5 del fresco direttore Rossella, di riportare la decisione del tribunale di Roma con il massimo del risalto possibile.
Tanto per essere chiari, non è che qui si voglia difendere l’operato di due presidenti e di due società che chi segue le vicende extra-calcistiche del calcio sa bene essere stato abbastanza oscuro nel corso degli anni ’90; e che il caso-plusvalenze sarebbe prima o poi emerso lo si poteva intuire da molti segnali: in fondo lo aveva ultimamente dimostrato lo stesso presidente Sensi, votando a sorpresa in favore di Galliani durante le recenti consultazioni per il rinnovo del presidente di Lega. Ma come mai proprio Sensi e Cragnotti? Semplice.
Per non dar nell’occhio attaccando il presidente giallorosso (ottantenne di salute sempre più precaria), gli si associa uno che è già stato condannato, che è sparito dalla scena, e che contemporaneamente consente di colpire l’immagine intera di una città, e non solo una sua parte; basti poi pensare agli ostacoli incontrati da Sensi questa estate al momento delle trattative per cedere la società ai magnati-mafiosi russi della Nafta Moska, economicamente cresciuti sotto la protezione di Putin, per avere un’idea generale della complicata situazione. E così i conti non tornano neanche questa volta.
Dato per quasi certo sin d’ora che le due società capitoline gonfiavano e sgonfiavano bilanci, conti e valutazioni su acquisti e cessioni, cosa dire dei circa venticinque giocatori scambiati tra Inter e Milan nel corso di quegli anni? Come considerare il mercato nero dei settori giovanili delle squadre più blasonate? E inoltre, è normale che alla vigilia di Parma-Milan, in programma sabato alle 18, i dirigenti dell’una e dell’altra società discutano pubblicamente se sia o meno il caso di far giocare Gilardino, visto che già tutti sanno essere il prossimo centravanti dei rossoneri, come risarcimento per l’occhio di riguardo riservato ai parmensi durante lo scandalo Parmalat?
E soprattutto, c’è qualcuno che ricorda quando e come tutto questo abbia avuto inizio? Dispiace essere pedanti e monotematici, ma la realtà non concede alternative.
Più o meno quindici anni fa, una promettente ala del Torino, in odore di nazionale, fu acquistata per una cifra che dopo le offerte dei primi interessati, nel giro di 24 ore passò da cinque a sessantasette miliardi, provocando in questo modo una improvvisa impennata del costo dei giocatori, che costrinse tutti gli altri a una rincorsa senza speranza per competere ad armi pari sul campo, con le catastrofiche conseguenze che oggi stanno portando il calcio italiano alla sua autodistruzione.
La società in questione era il Milan. Il presidente, manco a dirlo.
Al prossimo derby, per una volta romanisti e laziali dovrebbero dare un segno di coscienza collettiva, e organizzare forme comuni, e civili, di protesta e dissenso. Anche se non servirà a nulla.
[Emiliano Sbaraglia]
Messina Mercoledì, 1 Dicembre, 2004
Stile-Juve
Che il gioco del calcio in Italia abbia assunto un valore del tutto a sé stante rispetto agli altri paesi, in particolare negli ultimi vent’anni, lo dimostrano alcune sortite il capo del governo/presidente del Milan e la recente sentenza di primo grado sul caso-doping che ha coinvolto la Juve ne è allarmante conferma.
Il modo in cui la notizia è stata riportata e commentata dai nostri organi di informazione, se confrontato con quello di alcuni quotidiani stranieri lascia a dir poco allibiti. Soffermandoci soltanto su due quotidiani francesi, uno sportivo, l’altro politico, la differenza che emerge è abbastanza evidente.
Sabato scorso “L’Equipe” parlava apertamente di grave sentenza ai danni della squadra più importante nella storia del calcio italiano, sottolineando che l’arco temporale coperto dall’inchiesta comprendeva quattro anni a partire dal 1994, e coinvolgeva direttamente anche due atleti della nazionale transalpina, Didier Dechamps e Zinedine Zidane, protagonisti della vittoria francese ai mondiali giocati in casa, proprio alla fine del periodo considerato durante il processo di Torino, nel 1998. I due ex-giocatori bianconeri, raggiunti telefonicamente dal giornale, si sono rifiutati di rispondere.
Sempre sabato, “Le Monde” metteva in luce il danno di immagine che tutto lo sport, non solo il calcio e non solo quello italiano, è costretto a subire a causa di una vicenda dai contorni ancora torbidi e certamente preoccupanti. Sulla stessa linea di stupore e condanna si sono espressi il “Financial Times”, il “Frankfurter Allegmeine Zeitung”, “EL Pais” , e altri ancora.
Le analisi di casa nostra hanno invece registrato una serie di dichiarazioni a dir poco inquietanti, accompagnate da strani silenzi e colpevoli omissioni.
Come interpretare altrimenti le improvvise amnesie e l’attuale silenzio-stampa di alcuni dei giocatori chiamati a testimoniare, o la creativa prima pagina di “Tuttosport”, quotidiano sportivo torinese molto sensibile agli umori della dirigenza juventina, che il giorno dopo la sentenza titolava sui nuovi progetti bianconeri in ambito di campagna-acquisti e realizzazione di un nuovo stadio?
E come bisogna accogliere i manifesti imbarazzi di Marcello Lippi, allenatore della Juventus negli anni incriminati, di fronte alle parole di Zdenek Zeman durante un faccia a faccia nella trasmissione del deferente Enrico Varriale, lesto come sempre a chiudere collegamenti poco opportuni?
Ci si chiede come possa essere proprio Lippi il selezionatore della nazionale italiana ai prossimi mondiali in Germania nel 2006; ma ci si chiede anche come possa essere stata riconosciuta la colpevolezza soltanto del medico della società bianconera, il dott. Agricola, assolvendo il dirigente Giraudo da ogni accusa, se questa azienda-squadra per molti anni ha costruito il suo progetto su una strategia sportiva ed economica che prevedeva di far diventare fenomeni dei buoni atleti (che hanno dunque il pregio di costar meno al momento dell’acquisto), e di migliorare ulteriormente le prestazioni dei campioni in squadra.
Forse è per questo che in casa-Juve la sentenza è stata accolta come un “buon pareggio fuori casa”: non soltanto per condizionare l’opinione pubblica, ma perché effettivamente si poteva rischiare molto, ma molto di più.
Forse ha ragione l’illustre Luciano Moggi, che dalla morte di Umberto Agnelli sembra spadroneggiare più di prima ai vertici della Signora, quando afferma che questo giudizio di primo grado è soltanto “un incidente di percorso”: secondo lui c’è da star tranquilli, tutto si risolverà in appello.
Forse Moggi avrà fatto tesoro delle lezioni di alta giurisprudenza impartitegli dal suo amico Adriano Galliani, alle prese con una contorta ri-elezione come presidente di Lega, a sua volta istruito paternamente sulle questioni giudiziarie dagli avvocati del Presidente del Consiglio.
Ma questa è un’altra storia. Forse.
[Emiliano Sbaraglia]